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Corrado Cagli (1949)
La gabbia
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IDA Identificazione Automatica n. 3 - Giugno 2001

L’OPINIONE

BIOMETRIA: IO PUNTO SULLE IMPRONTE DIGITALI

di Giulio Camagni

presidente di Partner Data S.r.l.*

Il riconoscimento biometrico non è certo una novità: in fondo una normale carta d’identità è un efficiente strumento di riconoscimento biometrico: grazie alla fotografia ed alle indicazioni di età, altezza, colore degli occhi e dei capelli possiamo identificare con una ragionevole sicurezza il suo proprietario. Ma essa ha un limite: l’identificazione può avvenire solo “vis-a’- vis”. Oggi tale tipologia di identificazione non è più sufficiente: è infatti indispensabile un inconfutabile riconoscimento “a distanza”: non solo Internet, ma anche la moderna telefonia mobile esige una sicura identificazione di chi richiede servizi e/o dispone transazioni. Da un lato è spesso indispensabile conoscere con certezza se chi richiede un certo servizio è autorizzato a riceverlo (autenticazione); dall’altro dobbiamo essere sicuri sull’identità di chi ha attivato un certo processo/transazione (non ripudiabilità). Il riconoscimento biometrico, unito eventualmente a dispositivi di firma digitale, sembra oggi la soluzione più valida alle esigenze sopra citate: un token (una smartcard od una di quelle chiavette per porta USB con chip crittografico) se dotati di algoritmi di cifratura asimmetrica danno la massima sicurezza sulla certezza di identificazione del token stesso; ma è assai debole la certezza sull’identificazione di chi li sta usando: infatti basta conoscerne il PIN per usare un token altrui e sappiamo che scoprirlo non è un’impresa impossibile. La sostituzione del PIN con un dato biometrico presenta quindi molteplici vantaggi: oltre a dare la certezza dell’identificazione quest’ultimo non può essere dimenticato e rappresenta una soluzione pratica ed economica.

Fra i molti sistemi biometrici attualmente in uso a mio avviso saranno le impronte digitali a godere del maggior successo; esse infatti sono economicamente rilevabili, difficilmente contraffabili, di facile utilizzo e soprattutto la tecnologia che ne permette il riconoscimento è sufficientemente miniaturizzata, tale ad esempio da permetterne un facile inserimento in un notebook ma anche in un cellulare che molto presto, con i modelli UMTS, useremo per navigare in Internet.

A giocare contro le impronte digitali ci sono alcuni aspetti: il primo è che ci ricordano la schedatura di malviventi; l’altro è l’errata convinzione che il prendere l’impronta costituisca un’intrusione nella privacy: in realtà, tutti i rilevatori in uso non registrano l’impronta del dito, ma un codice (minutiae / template) ottenuto dall’immagine dell’impronta e dal quale non è possibile ricostruire la stessa; solo i sistemi militari e/o di polizia registrano l’immagine dell’impronta.

Si tratta quindi solo di migliorare il marketing e l’informazione relativa alle impronte digitali.

Più problematica è la mancanza di standardizzazione: come per ogni tecnologia piuttosto giovane, ogni azienda ha sviluppato la sua modalità proprietaria di “interpretazione” dell’impronta; sono tuttavia aperti dei tavoli di lavoro internazionali per definire uno standard, come è accaduto per il mondo smartcard che ha trovato nel PC/SC uno standard ormai universalmente accettato. E’ di pochi mesi fa l’acquisizione dal parte di Microsoft delle tecnologie di una società esperta in biometria per portare quest’ultima nei computer di ognuno.

E ci sono ancora altri elementi che lasciano intravedere grosse potenzialità per l’uso corrente del riconoscimento biometrico. Per esempio la legge 675 sulla privacy che impone alle aziende di proteggere i propri dati e riservarne l’accesso solo a chi ne è autorizzato: il riconoscimento dell’impronta per attivare il logon ad un PC, per permettere l’accesso ad una certa rete o dominio, per decifrare un file o cartella o disco, risponde a tutte le esigenze di sicurezza che la legge richiede; e non dobbiamo ricordarci alcuna password o preoccuparci di nascondere da qualche parte le password da usare; né dobbiamo portarci appresso alcun token.

Oggi poi ci capita giornalmente di dover accedere a numerosi siti/applicazioni protetti da password: la banca online, il nostro trader, i siti dei nostri fornitori, reti private, Intranet, ecc: vi assicuro che è molto comodo sostituire ogni ID e relativa parola chiave con un semplice tocco di dita, come ogni buon programma allegato al lettore di impronta permette di fare.

Come sempre ogni prodotto raggiunge il suo successo quando da un lato le esigenze applicative trovano completa risposta nella tecnologia disponibile e dall’altro i costi della tecnologia possono essere diluiti nella quantità dei pezzi prodotti: oggi potremmo essere arrivati a questo punto d’equilibrio per le impronte digitali. E, parlando di tecnologia, i rilevatori di impronta capacitivi, formati da una sottile lamina di silicio, di piccolissimo ingombro, per le ragioni precedentemente esposte, sembrerebbero godere di maggior favore rispetto ai rilevatori ottici, più ingombranti perché richiedono una fonte luminosa ed un sistema di lenti.

Ecco quindi perché penso che i rilevatori di impronta digitale possano oggi rappresentare uno strumento di largo utilizzo nel mondo dell’informatica e delle telecomunicazioni e perché condivido l’opinione di chi, come l’International Biometric Group, considera il mercato della biometria tra quelli in maggior crescita, prevedendo per esso, entro il 2003, un giro d’affari di 594 milioni di dollari, 10 volte quello del 1999 e senza considerare le applicazioni militari e di polizia.

(*)Partner Data S.r.l. opera dal 1984 nel mondo della sicurezza informatica distribuendo a livello nazionale soluzioni hardware e software